15/4/2014

Poletti in dialogo con le Legacoop del Nordest: così cooperazione e terzo settore trasformano l’Italia e ne aiutano la ripresa

Workers buy out che trasformano aziende in fallimento in cooperative competitive, lavoratori che perdono il posto e decidono di diventare imprenditori di se stessi costituendosi in cooperativa, reti di cooperative e aggregazioni di filiera; e ancora: nuovi modelli di welfare sperimentati da cooperative sociali, che non solo riescono a garantire livelli essenziali di assistenza alla comunità ma creano occupazione sul territorio. Queste le best practices raccontate al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti, che lunedì 14 aprile ha incontrato Legacoop Veneto, Legacoop Friuli Venezia Giulia e Legacoopbund al Centro Congressi “Papa Luciani” di Padova, in un’iniziativa che le tre Leghe hanno fortemente voluto unitaria, convinte che la macroarea territoriale e non più regionale, sia ormai il parametro di riferimento. 

Cuore del dibattito, moderato da Dario di Vico, inviato del Corriere della Sera, il ruolo della cooperazione e del terzo settore per il rilancio sociale ed economico del Paese, iniziando dalla piaga della disoccupazione.

 

È fatta di sperimentazione, misurazione dei risultati e messa a verifica continua della loro efficacia, la “modalità Poletti”: per un costante miglioramento degli interventi e delle politiche. E rispetto a cooperazione e terzo settore tutto, Poletti si discosta in modo decisivo da un’ottica puramente assistenzialistica e caritatevole, che li vede semplicemente come “buoni” e volontari e filantropi: per lui vanno, infatti, integrati in maniera strutturata e coerente con Stato e mercato, poiché  le logiche del «conflitto/contratto» sono ormai superate e datate, liquidate dal ministro come «roba di cento anni fa»: «Occorre costruire attorno all’economia sociale e solidale il futuro del Paese -  aggiunge -, puntando su imprese cooperative, imprese sociali, cooperative di comunità, e ogni altra forma di economia sociale e associativa che metta al centro non la finanza ma la persona, non la remunerazione del capitale, ma i bisogni dei soci e della comunità». «Puntiamo a massimizzare il coinvolgimento, il protagonismo attivo e la responsabilità di ogni cittadino. All’economia solidale il compito di promuoverli e organizzarli: perché ad ogni italiano deve essere data una ragione per saltar giù dal letto e mettersi in moto ogni mattina. Spetta a ognuno contribuire allo sviluppo della propria comunità».

 

Parlando di riforma del lavoro, emergenza occupazione e Youth Guarantee, sostegno alle imprese, al tavolo è stato rimarcato anche che, di fronte a sottodimensionamento e sottopatrimonializzazione delle pmi quali problemi cronici del tessuto economico produttivo, in primis a Nordest, «è  tempo di prevedere misure fiscali agevolative per tutte le imprese che patrimonializzano». Lo ha chiesto Adriano Rizzi, presidente di Legacoop Veneto, insieme a Heini Grandi, presidente di Legacoopbund Bolzano e Enzo Gasparutti, presidente di Legacoop Friuli Venezia Giulia, presenti con lui al tavolo. «Una domanda - ha puntualizzato Rizzi - più che legittima nel caso delle cooperative, che hanno nel capitale sociale la propria base costitutiva». I tre presidenti hanno anche espresso valutazioni positive nei confronti di qualsiasi misura atta a ridurre il cuneo contributivo e il costo del lavoro in genere, a partire dall’Irap.

 

In particolare Rizzi ha sottolineato: «In questi ultimi anni la cooperazione veneta è riuscita a mantenere sostanzialmente invariato il numero degli addetti, come evidenziato a livello nazionale dall’ultimo Rapporto Euricse: per fare questo, ha sacrificato margini e anche riserve patrimoniali. Nuove imprese cooperative sono nate specie nel settore del sociale: realtà che nella nostra regione si distinguono per la loro capacità di innovazione, grazie alla quale hanno contribuito a creare coesione sociale, relazioni di fiducia fra gli attori del territorio, senso di comunità e, quale risultato di tutto questo, nuova occupazione. Abbiamo poi visto costituirsi nuove cooperative pure negli altri settori, anche tramite operazioni di workers buy out, in cui gli ex dipendenti sono diventati imprenditori di sé stessi rilevando rami di aziende in crisi o fallite».

 

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